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CAPRI, HOLLYWOOD RILANCIA “INTO PARADISO” DI PAOLA RANDI. IL FILM CON PEPPE SERVILLO E GIANFELICE IMPARATO AL CINEMA DALL’11 FEBBRAIO


  

 

L’amicizia tra due diversi, schiacciati da politicanti e camorristi

 

Alfonso è un ricercatore universitario: timido, impacciato e drammaticamente precario. Alla notizia del suo licenziamento, decide di rivolgersi ad un vecchio amico d’infanzia, un politico in ascesa, nella speranza di ricevere una raccomandazione. Ottenuto il favore, viene coinvolto in una resa dei conti tra camorristi e, costretto a scappare, si rifugia nel piccolo appartamento sul tetto di Gayan, un ex campione di cricket srilankese. La convivenza forzata tra i due permetterà la nascita di una solidarietà umana che cambierà le loro vite. 
Napoli è una città vitale, dove la multiculturalità – secondo la regista Paola Randi – detta legge, anche quando camorra e malavita seminano terrore. Il suo esordio al lungometraggio è un gioiello che brilla della luce vigorosa degli abitanti napoletani. Classicismo e sperimentazione si alternano come pesi di una bilancia che carica una storia complessa e ricca di riferimenti all’attualità. La rappresentazione della politica, infatti, è in linea con l’immagine dei governatori italiani; come dice Alfonso nel film, i “politici mangiano tutto”, dimostrando con un’espressione breve e incisiva l’arraffamento smanioso della classe dirigente italiana. La dignità osannata ma mancata del politicante sta in mezzo ai due estremi, Alfonso e Goyan. Il luogo dell’incontro tra quest’ultimi, chiamato realmente “Paradiso” dalla comunità singalese che ci abita, è un mondo a sè, distaccato da Napoli per tradizioni popolari ma vicino alla città per esuberanza di colori. Lo spaesamento di Alfonso è indice di un’ingenuità atavica che tende a perdonare tutto, a livellare su uno stesso piano ciò che è buono e cosa non lo è affatto, la gente per bene e i camorristi. 
L’ironia con la quale la regista si diverte a raccontare queste contraddizioni passa attraverso scenette esilaranti che prendono in giro le abitudini private dei cittadini: l’ossessione per le telenovelas e l’incontentabile signora borghese che sfrutta Goyan come badante. La leggerezza che ne consegue smorza i toni tragici dell’intreccio, senza però appiattire i temi trattati. La denuncia di una malavita distruttiva rimane in primo piano. Ma allo stesso tempo la possibilità di una conciliazione tra due mondi diversi come quelli di Alfonso e Goyan mette il punto sulla speranza. 
L’estrosità dello stile registico e la forza dei contenuti dimostrano come sia possibile contribuire alla resistenza del cinema italiano con coraggio e sfrontatezza. Malgrado qualche lieve caduta di sceneggiatura, un debutto del genere va difeso senza tentennamenti.

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